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DU 13 AU 24 MAI 2009
I REPORTAGE DI
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La Maremma è una realtà territoriale piuttosto vasta e dai confini non perfettamente definiti che si affaccia sul Mar Tirreno Dante (Inferno XIII, 7) ne individuava i confini tra Cecina e Corneto: "Non han sì aspri sterpi né sì folti quelle fiere selvagge che 'n odio hanno tra Cecina e Corneto i luoghi colti"
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PAOLA CAPRIOLO: LA MUSICA COME COLLOQUIO INTIMO CON SE STESSI
Postato da direttore il Domenica, 17 maggio @ 20:52:02 CEST - (Leggi Tutto... | 9725 bytes aggiuntivi | commenti? | Voto: 0)
La persistente attesa di qualcosa che non avverrà, l’assenza di certezze, di punti di riferimento. Il mancato sopraggiungere, l’inesistenza di qualcuno o qualcosa che si continua ad aspettare all’infinito. Cosa rappresenta realmente la sospensione temporale? Fiducia, false speranze, illusioni. Ciascuno di noi aspetta un proprio Godot, intimo o di ampio respiro che sia, a cui attribuisce un’identità ben precisa o un insieme di significati. Il destino, la morte, Dio. Forse la vita stessa. Sono tutte interpretazioni alle quali si presta l’inesistente protagonista della tragicommedia beckettiana e che rendono il teatro dell’assurdo di En attendant Godot (Aspettando Godot) facilmente associabile alla realtà di tutti i giorni, alla crisi d’identità e all’incomunicabilità che sembrano tristemente prevalere. Non resta allora che protrarsi oltre il tempo, imparando pian piano a viverlo, magari avvalendosi di quella magica dimensione parallela che i libri ci offrono.

LA SINFONIA SENZA IDENTITA’
DEL PIANISTA MUTO
di Alessandra Giannitelli
Se fosse un brano di musica classica, si potrebbe pensare a un notturno di Chopin, per quel suo caratteristico coinvolgimento di molteplici implicazioni emotive, quell’impatto passionale, struggente, quel traboccare di intimi elementi elegiaci che porta a distinguere le sue composizioni dalla connotazione classica di «nocturne», strutturalmente molto più rigido.
La vicenda da cui la Capriolo trae spunto è alquanto nota e ben impressa nella nostra memoria.: il 7 aprile 2005, su una spiaggia del Kent (Gran Bretagna), viene ritrovato un giovane sotto shock che pare comunicare esclusivamente attraverso i tasti di un pianoforte e che scatena immediatamente la curiosità dei media, che dedicano attenzioni al ragazzo e formulano infinite – spesso strampalate – ipotesi sulla sua reale identità, colpiti dalle esecuzioni virtuosistiche di difficoltosi brani classici.
Proprio da qui, dai pochi elementi di questo curioso ritrovamento e dai suoi apparenti sviluppi, la scrittrice prende il via per quella che si rivela essere un vorticoso intreccio di storie, sentimenti, emozioni, malinconie, in un crescendo musicale in cui alle note vengono efficacemente sostituite le parole.
Tutt’attorno alla curiosa personalità del Pianista Muto, ruotano le storie di quanti si trovano a convivere in quella che – pur non essendo mai nominata esplicitamente – si presenta inevitabilmente come una clinica psichiatrica. Ad ognuno dei degenti è legata una storia, che l’autrice ci riporta in prima persona, permettendoci così di entrare nelle loro vite – curiose, commoventi, struggenti – stabilendo con esse un contatto diretto.
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IN OCCASIONE DEL QUARTO ANNIVERSARIO DELLA ''GIULIO PERRONE EDITORE''
Postato da direttore il Venerdì, 01 maggio @ 17:39:00 CEST - (Leggi Tutto... | 13968 bytes aggiuntivi | commenti? | Voto: 5)
La persistente attesa di qualcosa che non avverrà, l’assenza di certezze, di punti di riferimento. Il mancato sopraggiungere, l’inesistenza di qualcuno o qualcosa che si continua ad aspettare all’infinito. Cosa rappresenta realmente la sospensione temporale? Fiducia, false speranze, illusioni. Ciascuno di noi aspetta un proprio Godot, intimo o di ampio respiro che sia, a cui attribuisce un’identità ben precisa o un insieme di significati. Il destino, la morte, Dio. Forse la vita stessa. Sono tutte interpretazioni alle quali si presta l’inesistente protagonista della tragicommedia beckettiana e che rendono il teatro dell’assurdo di En attendant Godot (Aspettando Godot) facilmente associabile alla realtà di tutti i giorni, alla crisi d’identità e all’incomunicabilità che sembrano tristemente prevalere. Non resta allora che protrarsi oltre il tempo, imparando pian piano a viverlo, magari avvalendosi di quella magica dimensione parallela che i libri ci offrono.

Dacia Maraini, Sulla mafia
recensione di Alessandra Giannitelli
Si ha l’impressione di leggerlo già negli occhi del contadino di Kazimir Malevich posto in copertina (Testa di contadino, 1928-32), lo sdegno, l’affronto e non ultima la forza reattiva delle parole con cui Dacia Maraini affronta un tema complesso e delicato come quello della mafia nel libro Sulla mafia (Giulio Perrone Editore, 2009).
Un atto di estrema rottura, quello dell’artista ucraino, padre del suprematismo, assertore della libertà dal fine puramente estetico e pratico dell’arte, incisivo come la testimonianza che l’autrice vuole offrire attraverso la sua scrittura.
Un libro poliedrico, in cui si alternano momenti letterari – il monologo “A piedi nudi” – e commenti a eventi di cronaca, di cui la Maraini si è occupata negli ultimi anni e si occupa tuttora attraverso le pagine del “Corriere della Sera” (dall’attentato a Paolo Borsellino alla lentezza dell’iter giudiziario, dal caso di Bagheria alla reazione dei ragazzi di Locri dopo l’assassinio di Francesco Fortugno), fino al dialogo conclusivo, un’intervista (a cura di Paolo Di Paolo) in cui la scrittrice ribadisce la sua testimonianza e il suo punto di vista sul confine tra lecito e illecito, sulla necessità sempre più impellente di giustizia, sull’attuale rapporto tra i giovani e la legalità, su quale può essere la via da seguire per cominciare a reagire e a cambiare qualcosa nelle relazioni tra mafia e giustizia.
In “A piedi nudi” la scrittrice dà voce alla disperazione di una madre costretta a rinnegare l’amore per il figlio pentito di mafia, ucciso per aver parlato, dando vita a un tormentoso contrasto tra il viscerale sentimento materno e il rinnegamento a cui è costretta per proteggersi dalle continue minacce. Purtroppo una realtà quotidiana, a cui la Maraini si è ispirata, rendendone tutta la drammaticità. Un’attualità – quella del pentitismo, con tutto ciò che ne consegue – figlia di un cambio di cultura, un vero e proprio cambiamento antropologico per cui l’omertà non è più percepita con la convinzione di tempo ma è vista quasi esclusivamente come un dovere.
Un cambiamento importantissimo, che consente di approfondire la conoscenza dei meccanismi interni e dei rapporti con la società, perché si possa iniziare a combatterli.
In questa prospettiva è fondamentale far comprendere il disvalore – afferma la Maraini – l’unica strada, forse, per raggiungere risultati concreti. Questo perché un certo grado di criminalità organizzata è presente in tutto il mondo, il problema si pone nel momento in cui quest’ultima entra nelle istituzioni, cosa che purtroppo sembra accadere soprattutto – se non unicamente – in Italia.
Ciò costituisce senz’altro l’aspetto più grave e sconcertante e al tempo stesso la forza maggiore della mafia, qualcosa su cui si dovrebbe riflettere, insistere e agire di conseguenza.
Quale esempio può mai scaturire da una società che anziché reagire diventa strumento, giocando un ruolo passivo nella ormai imprescindibile battaglia per la giustizia? L’esistenza di modelli influenti – sostiene la scrittrice – è fondamentale perché qualcosa possa realmente cambiare nella nostra società. L’esempio è l’unica, vera educazione, soprattutto per i giovani, tutt’altro in confronto agli sterili e immobili eroi che ci vengono propinati incessantemente, salvo poi scomparire il giorno successivo, relegati nell’oblio di un’amnesia collettiva. È sulla coscienza civile che bisogna far leva se davvero si vogliono compiere gesti concreti e non soltanto ostentare belle parole fini a sé stesse.
Una testimonianza di grande valore, quella di Sulla mafia, per l’attualità e il vigore della riflessione proposta, nonché una prova importante per la Giulio Perrone Editore, orgogliosa di ospitare una scrittrice come Dacia Maraini all’interno della collana «Racconti d’Autore» – diretta da Paolo Di Paolo – proprio in occasione del quarto anniversario della casa editrice.
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CIASCUNO DI NOI ASPETTA UN PROPRIO GODOT
Postato da direttore il Domenica, 25 gennaio @ 00:33:23 CET - (Leggi Tutto... | 11457 bytes aggiuntivi | commenti? | Voto: 5)
La persistente attesa di qualcosa che non avverrà, l’assenza di certezze, di punti di riferimento. Il mancato sopraggiungere, l’inesistenza di qualcuno o qualcosa che si continua ad aspettare all’infinito. Cosa rappresenta realmente la sospensione temporale? Fiducia, false speranze, illusioni. Ciascuno di noi aspetta un proprio Godot, intimo o di ampio respiro che sia, a cui attribuisce un’identità ben precisa o un insieme di significati. Il destino, la morte, Dio. Forse la vita stessa. Sono tutte interpretazioni alle quali si presta l’inesistente protagonista della tragicommedia beckettiana e che rendono il teatro dell’assurdo di En attendant Godot (Aspettando Godot) facilmente associabile alla realtà di tutti i giorni, alla crisi d’identità e all’incomunicabilità che sembrano tristemente prevalere. Non resta allora che protrarsi oltre il tempo, imparando pian piano a viverlo, magari avvalendosi di quella magica dimensione parallela che i libri ci offrono.

R I T R A T T I D I P O E S I A
“ In viaggio con la poesia ”
di Alessandra Giannitelli
Non è semplice trovare una vera e propria collocazione alla poesia in una realtà che stenta ormai a confidarsi, ad abbandonarsi, a rivelarsi per quello che è realmente. Cosa può offrire a chi la ama, nella frenesia di un tempo che è rincorsa anziché riflessione? Alcuni dei suoi protagonisti hanno provato a rispondere in occasione della terza edizione di “Ritratti di poesia”, tenutasi il 22 gennaio a Roma al Tempio di Adriano. Ne hanno discusso tra loro ma anche con chi la poesia non la scrive ma la vive, riconoscendosi nei suoi versi e cercandone magari conforto, emozione, sostegno.
Numerose le riflessioni scaturite dai diversi punti di vista di editori (Crocetti Editore, LietoColle, Mursia) e poeti (Elisa Biagini, Ennio Cavalli, Andrea Di Consoli, Anna Maria Farabbi, Valerio Magrelli, Guido Oldani, Elio Pecora, Roberto Piumini e Patrizia Valduga), disparati gli approcci alla questione ma nella maggior parte dei casi convergenti nelle risoluzioni, comunque unanimi nella volontà – e necessità – di un contributo attivo in proposito.
Allo scambio di opinioni sono seguiti contatti diretti con il pubblico in pieno stile caffè letterario, letture di poesie inedite, approfondimenti di temi importanti come la memoria (collettiva o individuale che sia), la lingua, l’espressione della propria interiorità, il ruolo del poeta – e dell’intellettuale in genere – nella società contemporanea.
Nella quotidianità di ognuno di noi, la poesia diventa la possibilità di risolvere le contraddizioni interne, come sostiene il professore Angelo Sabatini: in un’epoca in cui i valori forti non trovano più quel fondamento rappresentato dalla dimensione divina, la poesia aiuta a superare il nichilismo verso cui il mondo occidentale si è indirizzato e di cui si preoccupava già Hegel nell’affermare che – avendo gli dèi abbandonato il mondo – l’unico modo per superare gli ostacoli è servirsi della poesia, in grado di aiutarci a capire dove si trova la difficoltà e a superarla. Una poesia come luogo dell’intimità quindi, dalla quale nasce il problema di come esprimerla perché diventi commerciabile, comunicabile cioè attraverso la pagina stampata, perché quell’interiorità possa arrivare senza eccessive mediazioni direttamente all’anima di chi la recepisce.
È proprio questa interiorità, secondo Arnaldo Colasanti (critico letterario, condirettore della rivista «Nuovi Argomenti» e redattore di «Poesia»), a dover essere svelata attraverso la poesia, partendo dal presupposto che la forza dell’arte poetica è piangere e allo stesso tempo somigliare a un canto e seguendo la definizione filosofica di interiorità come uno spazio pubblico.
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CIASCUNO DI NOI ASPETTA UN PROPRIO . . .
Postato da direttore il Martedì, 30 dicembre @ 00:51:01 CET - (Leggi Tutto... | 7297 bytes aggiuntivi | commenti? | Voto: 5)
La persistente attesa di qualcosa che non avverrà, l’assenza di certezze, di punti di riferimento. Il mancato sopraggiungere, l’inesistenza di qualcuno o qualcosa che si continua ad aspettare all’infinito. Cosa rappresenta realmente la sospensione temporale? Fiducia, false speranze, illusioni. Ciascuno di noi aspetta un proprio Godot, intimo o di ampio respiro che sia, a cui attribuisce un’identità ben precisa o un insieme di significati. Il destino, la morte, Dio. Forse la vita stessa. Sono tutte interpretazioni alle quali si presta l’inesistente protagonista della tragicommedia beckettiana e che rendono il teatro dell’assurdo di En attendant Godot (Aspettando Godot) facilmente associabile alla realtà di tutti i giorni, alla crisi d’identità e all’incomunicabilità che sembrano tristemente prevalere. Non resta allora che protrarsi oltre il tempo, imparando pian piano a viverlo, magari avvalendosi di quella magica dimensione parallela che i libri ci offrono.

I L V A C U O D I L E G U O D E L D O M A N I
di Alessandra Giannitelli
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Oh mole immensa
di dolore che addensa
il Tempo nello Spazio!
A che destino ignoto
si soffre? Va dispersa
la lacrima che versa
l’Umanità nel vuoto?
da La via del rifugio di Guido Gozzano
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“[...] qualcosa sempre circola nell’aria – / se ne va ma poi ritorna. Basta/ lasciare che le vele seguano/ gli autofagi capricci di Crono/ e del suo vento. Basta allentare/ la presa delle cime, lasciar colare/ sulle tempie il tempo,/ senza spavento” (Intorno a me): è forte e difficilmente trascurabile il riferimento – intenzionale o meno – all’interrogativo gozzaniano, nella riflessione che Marcoaldi affronta in Il tempo ormai breve, una sorta di antologia poetica del tempo nelle sue infinite raffigurazioni.
C’è un tempo per ricordare, un tempo per rimpiangere, per rinnegare, un altro ancora per sperare, per immaginare i giorni a venire, per sognare. Marcoaldi li racchiude e li rappresenta tutti, cristallizzandoli in una sorta di collage poetico, la cui immagine conclusiva sembra essere l’ambiguità del tempo in quanto tale, la sua diversa interpretazione basata sulle stagioni della vita, sulle esperienze personali, i ricordi, le aspettative.
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PREMIO
LETTERARIO
GIORNALISTICO
SCRIVERE OLTREPENSIERO
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Il Tempo, lo Spazio,
la Mente, i Pensieri
i Ricordi, i Colori
POESIE di
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CONTEMPORARY JEWELS
IN STARK
18-21 LUGLIO 2008
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Il Festival – Edizione 2008
Il Festival – Dati tecnici
Il Programma
Pittura
Scultura
Biografie degli artisti
Patrocinii e partners

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